L'esperienza di comprensione con i pazienti borderline

Val

Vorrei soffermarmi con alcune riflessioni sullo scritto di Antonello Correale, che ho trovato davvero illuminante riguardo la prospettiva di lettura del mondo del paziente borderline. Il concetto che questa sia fondata sulla violazione di una legge naturale che ha fatto sentire chi l’ha subìta come privato della propria umanità getta una luce chiarissima su molte dinamiche tipiche della patologia borderline, o forse meglio dire dell’assetto borderline. In questo senso anche “il vicino che non saluta e guarda diritto davanti a sé” può resuscitare questa sensazione di profondo svilimento della propria umanità, e provocare la rabbia devastante, spesso agita, del paziente borderline. Penso che episodi di questo genere siano estremamente familiari a chiunque abbia cercato di accompagnare questi pazienti lungo un percorso di cura, a prescindere dallo strumento terapeutico utilizzato.
La mie difficoltà riguardano appunto la pratica terapeutica, che qui vorrei condividere e discutere.
Credo di avere colto il significato di quello che Correale indica come linguaggio ‘sensuale’, una vera e propria modalità di comunicare che permette al paziente di sentirsi intimamente compreso dal terapeuta. Mi ha fatto venire in mente il concetto di ‘parole che toccano’ di D.Quinodoz, con il quale ha forse alcune affinità. Il problema che desideravo porre riguarda il rischio che il paziente avverta l’essere toccato dalle parole sensuali del terapeuta come seduttivo. Correale sottolinea molto chiaramente che la sensualità che permea il messaggio del terapeuta deve essere non eccitante ma viceversa calmante e rassicurante, connotata di tenerezza; tuttavia nella pratica ho trovato molto difficile non incorrere nel fraintendimento del paziente, al quale sembra mancare proprio una dimensione di intimità senza connotati ambigui.
L’ulteriore questione riguarda proprio il momento in cui questo contatto sembra invece venire recepito e accettato dal paziente, assieme all’esperienza della comprensione da parte del terapeuta.
L’idea di essere accolti e compresi, che nella maggior parte delle relazioni terapeutiche segna un momento topico del processo di cura, mi sembra che viceversa provochi nei pazienti borderline un’immediata fuga reattiva, accompagnata spesso da agiti autolesivi e da vissuti di profonda colpa e vergogna. Un aspetto disperante della terapia con questi pazienti, è stato nella mia esperienza il dover considerare come predittivi di future catastrofi proprio i momenti più buoni del percorso terapeutico. Come se non fosse mai sufficientemente piccola la quota di buono che si immette nella terapia (buono nel senso di buona esperienza di relazione, e non nel senso di buonismo od ottimismo).
M. mi lascia così:
“L’altra volta mi sono reso conto che lei ha ben presente quanto sono marcio, ma non mi giudica. Prima pensavo solo che non capisse, che non si rendesse conto dello schifo che faccio. Invece il fatto che lei mi veda per quello che sono e mi stia vicino lo stesso, mi disgusta. C’è qualcosa che non torna. Mi dispiace, è una cosa che non reggo. Lei doveva prendermi a bastonate. Così non mi serve a niente, sto peggio e basta.”

aldone


Un paziente borderline (B) in gruppo dice: " ho bisogno di limiti, ma con amore". Credo sia utile nella pratica clinica tenere ben a mente questi due aspetti del bisogno di un soggetto B il quale, se riceve solo una per volta le due cose non si sente colto in profondità. Anzi o si sente sedotto (=fregato) dalla tenerezza e dall'empatia, oppure "violato" "offeso" "non considerato" dall'imposizione del limite
Quindi empatia entro limiti e regole e setting e contratto e franchezza ben precisi che diano sicurezza al rapporto terapeutico da internalizzare.
Ricordiamo che l'identificazione avviene con la cultura dell'ambiente cui il soggetto B è esposto. E' il tipo di regole e le modalità con cui queste sono applicate che determina lo personalità. Un ambiente non buono abbastanza si può considerare MALO e un adattamento ad esso un MALadattamento. Da qui la necessità di intervvenire meglio in un gruppo dalle caratteristiche di oggetto buono abbastanza da internalizzare durante esperienze di relazione ad esso che veramente sia esprienza emotiva correttiva.
Ci sarebbe molto da aggiungere . spero più tardi.
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Aldo Lombardo

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