E la sofferenza del soggetto curante...?

ghisotti

Vorrei offrire un contributo a questa discussione sui possibili modelli di trattamento della patologia borderline, provando a spostare l’attenzione dalla sofferenza del paziente a quella del soggetto curante.
Mi sembra utile fermarsi su questo interrogativo: che cosa succede al singolo operatore o all’équipe dell’istituzione quando si confronta con una sofferenza che trova il proprio specifico nell’essere così intensamente estenuante, nel non concedere mai tregua proprio perché –come ci ricordava Anna Ferruta- presentifica l’oggetto attraverso l’agitazione?
Proverò a dare qualche risposta a partire dall’esperienza che ho maturato in 15 anni di consulenza presso vari servizi sociali in cui mi sono occupata di famiglie maltrattanti e/o abusanti.
Ho trovato molto efficace utilizzare i contributi teoretici e clinici sui disturbi post-traumatici che nascono dalla confluenza delle ricerche condotte dalle neuroscienze nonché dagli studi, di matrice nordamericana, sugli effetti psicologici della violenza sessuale e domestica.
Il modello trauma-dissociazione, richiamato da Correale, risulta molto utile, a mio giudizio, per affrontare tre tematiche:
- le conseguenze psicologiche provocate da traumi ripetuti, di natura interpersonale, che colpiscano un soggetto in età evolutiva ed adolescenziale;
- le possibili reazioni psicologiche che l’operatore può sviluppare come risposta all’esposizione prolungata alla sofferenza post-traumatica;
- l’ascolto trasformativo dei vissuti di impotenza che caratterizzano la relazione fra il curante ed il paziente traumatizzato.
In estrema sintesi, vorrei ricordare che la reazione post-traumatica si verifica quando, per qualche motivo, il soggetto è impossibilitato a reagire al pericolo ed il suo sistema di autodifesa rimane attivato ma sopraffatto. Nel soggetto traumatizzato ogni aspetto della risposta psicofisiologica al pericolo tende a persistere, anche se ormai la minaccia reale è cessata.
Gli eventi traumatici, a maggior ragione se ripetuti, possono causare cambiamenti profondi e durevoli negli stati di eccitazione fisiologica, nelle emozioni, nei pensieri, nella memoria e soprattutto possono dissociare queste funzioni normalmente integrate fra di loro.
Non tutti i soggetti che sono stati esposti ad eventi traumatici sviluppano un disturbo post-traumatico semplice o complesso. Molti sono i fattori che concorrono nel rendere l’individuo più o meno resiliente ossia capace di reagire in modo efficace allo stress traumatico. E, in questa prospettiva mi sembra che possano esserci utili 2 concetti: quello appunto di resilienza e quello di vulnerabilità riferiti entrambi sia al paziente che al curante (individuo o gruppo che sia).
Il concetto di “resilienza”, (applicato al singolo) si riferisce ad un tratto complesso della personalità in cui convergono molteplici fattori di varia natura (temperamentali, cognitivi, emotivi, familiari, sociali, culturali, educativi, esperienziali, spirituali) che, con la loro azione congiunta, mobilitano le risorse dell’individuo per difendersi e superare l’impatto causato da eventi stressanti o traumatizzanti. L'azione della resilienza può dunque essere paragonata a quella del sistema immunitario con cui il nostro organismo risponde alle aggressioni dei batteri. Di fronte agli eventi stressanti, la resilienza dà luogo a risposte flessibili difensive e riparative che si adattano alle diverse circostanze ed esigenze del momento.
Rispetto al tema della specificità del controtransfert suscitato dal paziente traumatizzato (delle cui diverse configurazioni penso sarebbe interessante parlare) mi preme ricordare come la letteratura (Van der Kolk, Herman, Garland, ecc.) descriva la “contagiosità” del trauma. Il lavoro prolungato con soggetti traumatizzati mette infatti l’operatore o il gruppo curante nella condizione di rischio di quella che la letteratura definisce la “traumatizzazione secondaria o vicaria” che può anche esitare in bourn out.
Che cosa può dunque essere di aiuto al curante per sopportare la sofferenza logorante del pz borderline, la sua discontinuità, l’eterno ricominciare da capo secondo quel copione che pare assurgere a fato?
Io credo che una strada, non certamente l’unica, possa essere quella di attingere alla propria vulnerabilità facendola diventare uno strumento di lavoro. Il senso di impotenza, che a tratti travolge il curante facendogli perdere la sensazione di un’efficacia professionale, potrebbe essere accolto (e non combattuto) nei termini di un segnale di allarme che riporta alla dolorosa necessità di sentire la propria vulnerabilità. Conoscere i propri limiti, le proprie fragilità, le eventuali esperienze traumatiche subite, la propria capacità di tollerare la sofferenza credo che sia un modo per poter trasformare il senso di vulnerabilità in un prezioso alleato che ci riporta costantemente al bisogno che abbiamo di sentirci sufficientemente sicuri e di proteggerci da ciò che travalica le nostre forze. Si tratta, in altre parole, di costruirsi una mappa interiore della propria resilienza, ossia della capacità di reagire ai pericoli ed alle traumaticità. Certo non ci sono confini netti e dati una volta per tutte: è piuttosto un lavoro in divenire che sempre potrebbe accompagnare la nostra attività professionale.
Attraverso la modulazione dell’empatia, come strumento di ascolto, e dell’identificazione come modalità di conoscenza mi sembra possibile tollerare i vissuti di impotenza che ci suscita il soggetto traumatizzato. Tollerare significa avere la possibilità di compiere quel lavoro di integrazione che la deflagrazione prodotta dal trauma ha prodotto nello psichesoma di chi è stato esposto. I ricordi traumatici hanno infatti la particolare caratteristica di essere molto frammentati: sono spesso pure sensazioni (immagini visive, un odore, un rumore…), pensieri isolati dalle emozioni, stati emotivi di insopportabile dolorosità… Se l’operatore riesce ad entrare in contatto con tutto ciò, tenendosi in bilico fra l’impotenza e la consapevolezza di ciò che sta succedendogli, può offrire al soggetto una prima possibilità trasformativa. Un commento che spesso il professionista raccoglie dopo uno di questi momenti è: “Non pensavo che Lei ce l’avrebbe fatta a sopravvivere al mio racconto o a questa situazione così angosciante”. Il solo essere testimoni di quanto accade al soggetto quando entra in contatto con una parte, un frammento, oppure con l’intera esperienza traumatica mette a prova l’integrità dell’operatore ed il soggetto lo sente. La condivisione di questa esperienza di rischio, nella sicurezza offerta dalla relazione di aiuto, comincia ad agire in senso trasformativo perché ripristina un legame con la collettività che il trauma aveva reciso: finalmente il soggetto traumatizzato non si sente più solo. C’è un testimone che può assisterlo nei suoi sforzi riparativi.
Restituisce inoltre un senso di efficacia al paziente che sente la vulnerabilità del professionista e la capacità di questi di tollerarla, di reagire e di sopportare. Il soggetto traumatizzato può allora identificarsi e fare propria la capacità dell’operatore di accettare di non avere il controllo su quanto accade intorno a lui ma di poter reagire alle situazioni, anche a quelle che lo rendono impotente. In questo modo si può trasformare una condizione subita di impotenza in un’esperienza di impotenza come processo maturativo del Sé che si scopre vulnerabile ma capace di reagire cioè efficace.

Norma Ghisotti

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